La storia

Il primo nucleo urbano di Milano ha le sue origini nella "Mediolanum" primitiva, la città castrense sorta dopo la conquista romana del 222 a.C.

Delle quattro porte d'accesso dell'accampamento militare sul cui tracciato nacque la città, la più importante era quella di sud-est dalla quale partiva un asse stradale costituito da via Tre Alberghi, via Speronari, via Spadari, via Armorari, che giungeva fino al luogo che nel medioevo prese il nome di Cordusio, dove era situata la Porta nord-est dalla quale si diramava la strada per Como (attuale Corso Garibaldi), quella per Vercelli e per le Gallie.

Nel 1162 la città, che si era sviluppata con fasi alternate di ascesa e decadenza, venne conquistata da Barbarossa e da questa data rimase in balia dei comaschi, pavesi e lodigiani che ne distrussero col fuoco larga parte. Quando, 5 anni dopo, i milanesi osarono tornare in città, dovettero affrontare il problema della sua integrale ricostruzione.

L'intento fu, nel 1171, di fare una città fortificata meno vulnerabile della precedente. Questa nuova città include nella sua cinta il quartiere Sant'Ambrogio, ma lascia all'esterno la basilica di San Vittore a ponente, quella di Sant'Eustorgio e le chiese di San Calimero e di San Nazaro in Campo (oggi Santa Maria) a sud e a nord la basilica di San Simpliciano, che, con il cimitero e l'ospedale, costituisce il primo nucleo insediativo sull'asse originario.

Il ritrovamento di alcuni marmi sepolcrali attorno alla basilica di San Simpliciano documenta l'esistenza di una vasta area cimiteriale ai margini della strada cumana. Dall'estensione del sepolcreto di età tardo romana si può dedurre che le chiese di San Carpoforo e di San Simpliciano segnavano approssimativamente i confini di quest'area.

Non ha trovato invece conferma l'opinione che su questa area sorgesse un tempio pagano. Si ritiene invece che vi trovasse un luogo di preghiera che si sarebbe poi trasformato in chiesa ai tempi di Sant'Ambrogio e del suo successore episcopale, San Simpliciano.

Costui avrebbe fatto seppellire in quel luogo i santi martiri Sisimo, Martino e Alessandro e lì avrebbe eletto la propria sepoltura, tanto che la chiesa, prima dedicata a Santa Maria delle Sante Vergini gli fu poi intitolata.

Scavi archeologici eseguiti nelle mura vetuste e nella sua fondazioni avvertirono della precedente presenza di una basilica paleocristiana con una vasta navata di cui rimangono le mura perimetrali chiuse da un gran transetto. Si suppone ancora che al tempo si lavorasse in età Longobarda poichè nei restauri del 1841 (Mangeri) vi si trovò un sigillo di Agilulfo (590-615 d.C.)

Al nucleo già individuato di San Simpliciano si aggiungono nel secoli, lungo il tracciato della via Comasina, numerosi altri corpi conventuali indipendenti economicamente e amministrativamente dalla città.

Dal punto di vista urbanistico questi insediamenti religiosi costituirono una mediazione tra lo spazio agricolo fuori dalle mura e il complesso sistema urbano all'interno.

Questa particolare ubicazione era dovuta all'interesse economico indotto dalla grande presenza di commercianti, pellegrini e passeggeri costretti a soggiornare nei conventi alla periferia della città in attesa del lasciapassare o dell'apertura delle porte.

Questi corpi conventuali, a partire dal XIV sec., divennero il polo di attrazione di tutta quella classe, in prevalenza mercantile, che non riuscendo a inserirsi nella città, già a quel tempo ricca e aristocratica, iniziò a svolgere le più disparate attività artigianali nelle botteghe che si andavano aprendo nei cortili delle case che lentamente sostituivano o affiancavano i conventi. E' in questi anni (dal 1451) che il duca Francesco Sforza Visconti fa erigere in onore della Vergine incoronata la prima delle due chiese che, una volta unite, divennero l'attuale chiesa dell'Incoronata. La seconda fu fatta edificare nove anni più tardi dalla moglie Bianca Maria in onore di San Niccolò da Tolentino. La struttura interna della chiesa riflette l'addizione di due corpi uguali, con due presbiteri, due altari, maggiori e un'unica, semplice facciata.

Nel catasto del 1752 il sestiere di Porta Comasina coincideva ormai con le case prospicienti l’asse viario principale e con una limitata rete di intricate viuzze di origine medievale verso il più vasto sestiere di Porta Nuova. La ragione di una così ridotta estensione territoriale va cercata nel fatto che la porzione occidentale del sestiere esterna al Pontaccio venne atterrata per far posto al castello visconteo-sforzesco (o meglio, all’area di rispetto che lo circondava), alla “tenaglia” dei Bastioni spagnoli e infine, in età a noi più vicina, all’arena.
L’asse viario del sestiere, identificabile nei tratti di via Broletto, Ponte Vetero, Mercato, (Pontaccio), corso Garibaldi, è uno dei più antichi di Milano, probabilmente ricalcante una via glareata preromana, che collegava Milano al nord attraverso Como e, da una serie di biforcazioni che iniziavano all’altezza del Ponte Vetero, raggiungeva il Seprio o più semplicemente antichi insediamenti come quelli di Dergano e Affori.
Due toponimi sono rimasti a segnalare la presenza di due attraversamenti dei fossati urbani: Ponte Vetero, allo sbocco di via Broletto, e Pontaccio, all’imbocco di corso Garibaldi.
Esistono testimonianze di presenze insediative nel sestiere già nella seconda Età del Ferro, ma
scarsamente considerate: in via S. Protaso si rinvennero negli scavi per la Banca Popolare di Novara degli “oggetti” non meglio precisati. In tutta la zona dobbiamo lamentare una inveterata e gravissima assenza di documentazione (o anche segnalazione) di reperti, che supponiamo deliberata, nel corso della costruzione ottocentesca e anche più recente degli edifici ai due lati di via Broletto. Trattandosi di un’arteria vecchia di 2500 anni, la lacuna è quanto mai grave.


Le mura urbiche: ipotesi molte, poche certezze
Le mura di una città sono un organismo vivo, come la pelle che riveste i nostri corpi: si allargano e si stringono in continuazione, infine si sfaldano. Per gli effetti dell’aberrazione temporale, si può creare l’idea che debbano comunque lasciare una traccia della loro esistenza, ma non è così. Basti ricordare a Milano l’ingloriosa storia dei Bastioni spagnoli: appena costruiti vennero usati come cave edilizie e servirono solo a far pagare dazi e gabelle, poi sono scomparsi senza quasi lasciar traccia, fagocitati dai quartieri edilizi lungo la circonvallazione dei tram 29-30.
Anche la funzione delle mura cambia: proteggono inizialmente con un solco sacro (pomerio) dalle forze oscure, dall’inciviltà, dai lemuri; stabiliscono successivamente una proprietà territoriale, come i muri e le porte di casa propria, perciò inviolabile per diritto; nei momenti di pericolo rallentano in caso di attacco l’accesso agli invasori; proteggono l’economia interna con il pagamento di dazi per le derrate straniere e garantiscono il prelievo fiscale; contribuiscono a formare l’identità dei cittadini: dentro urbani, fuori “ariosi”, campagnoli; diventano fortezza esse stesse, a volte prigioni; si trasformano in viale di passeggio alberato; finiscono spesso per diventare area appetibile per le speculazioni edilizie; spariscono, lasciando l’organismo “senza pelle”, per cui si torna a parlare di dazi, di delimitare, contingentare l’afflusso di merci, veicoli e persone.
L’analisi dell’evoluzione urbanistica del Sestiere di Porta Comasina offre lo spunto per osservare proprio queste trasformazioni, ricorrendo in molti casi all’immaginazione, alle ipotesi, alle deduzioni, perché Milano ha cambiato spesso pelle, ma per diversi motivi non ne ha quasi conservato traccia.


Sestiere di Porta Comense, Cumana, Comacina, Comasina o Garibaldi?
L’antichità del Sestiere milanese qui analizzato si ritrova nell’evoluzione del suo nome. Innanzi tutto, il nome gli deriva dalla Porta, che a sua volta lo prendeva dalla direzione principale della strada che vi si apriva. In questo caso, essendo la direzione principale Como, la porta era detta dai Romani Comensis. Non dimentichiamoci però che il celtico sussisteva accanto al latino, per cui già in età romana i milanesi chiamavano questa porta “Comacina”, allo stesso modo in cui il lago era Comacino (Itinerario d’Antonino) e l’isola del lago è ancora “Comacina”. E’ lo stesso adeguamento linguistico che si ritrova nella Porta Vercellense, trasformata in Vercellina.
Nel medioevo tutto ciò che aveva a che fare con Como divenne “Cumano”, per cui troviamo “Porta
Cumana” nei documenti, accanto all’antica dizione Comacina, trasformata ai nostri giorni in “Comasina”, che dà il nome a un quartiere della periferia nord.
Consapevoli del rischio di malinteso geografico, noi continueremo a usare il nome recente di “Porta Comasina” per tutto il Sestiere, tralasciando quello più corretto di Porta Comacina.
Resta da stabilire l’accento: Comàcina o Comacìna? Noi propendiamo per il secondo, appartenendo il primo al medioevo, quando i Maestri Comàcini divennero protagonisti dei cantieri edilizi dell’intera penisola. In questo caso si trattava di magistri cum macinis, più che di comaschi, anche se la loro area di provenienza era quella ticinese.
Persa l’identificazione con la sua arteria principale, ora la zona è conosciuta come “Porta Garibaldi” e a ricordo del suo nome primitivo è stato aperto un troncone di strada oggi chiuso al traffico, pomposamente detto “corso” Como.

L’età cesariana
Esistevano le mura gallo-romane?
Con la Lex Iulia del 49 a.C. e l’iscrizione alla tribù Oufentina come collegio elettorale, l’agro milanese venne misurato in centurie e lo stesso municipio dovette ricevere come prassi un simbolico pomerio che ne sacralizzasse il territorio. Sappiamo come la vita romana fosse scandita da ben precisi rituali e come la distinzione fra dentro e fuori la città fosse irrinunciabile, non da ultimo per le sepolture, tassativamente esterne al pomerio. Poteva trattarsi di un semplice solco o di una palizzata o di un muro a sacco, opere che molto difficilmente lasciano una traccia nei secoli, ma il perimetro municipale doveva essere consacrato.
Milano, non diversamente da tutti gli altri municipi, dovette quindi avere una demarcazione con funzione giuridico-amministrativo-sacrale, che probabilmente delimitava con buona approssimazione la superficie di una centuria di 23 x 23 actus (un quadrato di 807 m di lato), orientata secondo gli assi principali NS-EO. Questi assi non sono naturali per Milano che, pur essendo in pianura e sgombra da eminenze collinari o laghi, è orograficamente “inclinata” e segnata dal fluire dell’Olona e dal Seveso, oltre che da un rigagnolo di risorgive, che favoriscono un orientamento trasversale, per intenderci quello di via Manzoni- via S. Margherita.


Il perimetro del pomerio

Fatte queste premesse, la nostra ipotesi circa le “mura” gallo-romane nella zona settentrionale del municipio vedrebbe il loro inizio in via Bossi e l’apertura della Porta Nord o Pretoria all’altezza dell’attuale chiesa di S. Tomaso in Terramala. Le “mura” sarebbero proseguite a ovest fino alla Porta Giovia, in via Camperio-S. Giovanni sul Muro, mentre a est non ci dovrebbero essere state demarcazioni, perché si trovavano il perimetro del santuario (estraneo al diritto romano) e più esternamente il letto del Seveso. Il pomerio doveva riprendere in via S. Raffaele per lambire a sud il letto del Seveso e il laghetto in via Larga. Ricordiamo che in via Agnello sono state trovate sepolture del I sec. d.C., che confermano come questa zona fosse fuori le mura.
Insistiamo a notare che, essendo la demarcazione verso l’esterno solo simbolica, non era necessario scavare un fossato protettivo né tanto meno incanalarvi l’acqua e le porte urbiche potevano essere aperture sacralizzate realizzate in legno.


Il santuario celtico
Perché le mura gallo-romane si sarebbero fermate in via Bossi? Perché bisogna fare i conti con la presunta elisse celtica, il santuario che potrebbe rappresentare il nucleo di fondazione di Mesiolan-Mediolanum, con il quale confinava il sestiere di Porta Comasina.
Dal Cordusio fino al Ponte Vetero, il lato orientale del sestiere confinava con questo ipotetico primitivo nucleo, diciamo ipotetico perché anche in questo caso non sono emerse finora tracce materiali che ne facciano ammettere l’esistenza (se non si vuole considerare come indizio probante l’assenza di edificazione fino al I secolo d.C. all’interno di tutta l’area, mentre l’esterno del suo perimetro è tutto edificato).
All’estremità settentrionale dell’elisse (attuale piazzetta Giordano Dell'Amore) si trovava un’altra costruzione di notevole rilevanza, ma della quale si sono perse le tracce archeologiche: la chiesa di S. Giovanni alle Quattro Facce, costruita secondo la tradizione locale sull’arco quadrifronte di Giano.


L’arco di Giano quadrifronte e il calendario giuliano
Allo sbocco di via del del Lauro si trova una via con piazzetta un tempo chiamata di S. Giovanni alle Quattro Facce, poi via Oriani e oggi via Arrigo Boito, mentre la piazzetta è dedicata a Giordano Dell'Amore. Qui si trovava fino alle soppressioni giuseppine del 1786 la chiesa di S. Giovanni alle Quattro Facce, già così intitolata nelle carte del X secolo. Come tutta la via del Lauro (detta nel medioevo via publica), apparteneva ai Da Baggio. Qui una pervicace tradizione locale voleva che si trovasse il tempio di Giano quadrifronte, esaugurato in età cristiana in S. Giovanni Battista. Galvano Fiamma scrisse di un Giano quadrifronte trovato nelle mura di Porta Comasina, Giulini ricordava che l’immagine di Giano era scolpita nella fronte della chiesa, ricostruita nel 1631 da F. M. Richini.
Gli storici contemporanei si sono mostrati molto scettici nell’accogliere questa tradizione, che invece ha un suo senso e una certa probabilità di corrispondere a eventi realmente accaduti.
Ammesso che qui vi fosse stato un arco romano, si sarebbe trovato all’estremità settentrionale del santuario celtico. Per visualizzarlo, possiamo servirci del confronto con l'Arco quadrifronte di Settimio Severo a Leptis Magna e supporre che fosse simile a quello di Milano.

 

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